Il voto dell’Abruzzo premia il centrodestra

Domenico Mamone
11/03/2024
Tempo di lettura: 4 minuti
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Foto d’archivio: il Presidente Sergio Mattarella accolto da Marco Marsilio e da Carlo Masci, sindaco di Pescara in occasione dell’inaugurazione del polo culturale “Imago Museum” (foto di Francesco Ammendola – Ufficio per la Stampa e la Comunicazione della Presidenza della Repubblica – Quirinale.it)

Mai come in questo appuntamento del 2024 le elezioni regionali d’Abruzzo hanno incarnato tante aspettative.

La sinistra ha sperato di fare il bis nel giro di due settimane, strappando al centrodestra la regione adriatica dopo la Sardegna e dando un segnale di controtendenza dopo anni di sconfitte a livello nazionale e locale.

Per la coalizione di governo, invece, si trattava di confermare l’onda lunga di consensi che ormai investe anche l’azione dell’esecutivo.

Al di là naturalmente delle dinamiche locali, i risultati definitivi, con sei punti di distacco tra il candidato della coalizione di destra Marco Marsilio, con il 53,5% di voti, rispetto a Luciano D’Amico, ex rettore dell’Università di Teramo, sostenuto da un’ampia coalizione di centrosinistra, fermatosi al 46,5%, premia soprattutto i partiti di governo e, per l’entità dei risultati, infrange i sogni del “campo larghissimo” auspicato in particolare dal Pd.

Nel dettaglio, Marsilio ha trionfato soprattutto in provincia dell’Aquila (collegio di Giorgia Meloni), dove ha lasciato indietro l’avversario di oltre 22 punti, ha vinto con circa tre punti di differenza in quelle di Chieti e Pescara, mentre nella sola provincia di Teramo è rimasto dietro a D’Amico, ma di appena lo 0,4%.

Il voto abruzzese, quindi, ridimensiona l’affermazione sarda del centrosinistra, dove – al di là dell’esile distacco determinato da poco più di 600 elettori – hanno pesato per la coalizione di governo la scelta di cambiare candidato all’ultimo momento (Trutzu al posto di Solinas) e il voto disgiunto, che pur premiando i partiti di centrodestra (che sono oltre sei punti avanti rispetto a quelli del centrosinistra), ha bocciato principalmente il bilancio amministrativo del sindaco di Cagliari.

La vittoria abruzzese porta con sé diversi significati.

Innanzitutto, anche per il voto di lista, il centrodestra è complessivamente premiato. Fratelli d’Italia è al 24,1% (8 seggi, ne aveva 2) e la lista Marsilio Presidente al 5,7% (2 seggi). Forza Italia conquista un ottimo 13,4% (4 seggi, ne aveva 3), terzo partito in regione. Bene anche la Lega con il 7,6% (2 seggi). Noi Moderati riesce a conquistare un seggio con il 2,7%. Fuori dal Consiglio l’Udc, che si ferma all’1,2%.

In secondo luogo, la vittoria della destra in Abruzzo, anche in attesa dei voti regionali in Basilicata e Piemonte, consente al premier Meloni di sconfessare le opposizioni circa il cambiamento del vento e soprattutto di consolidare il proprio consenso in vista delle elezioni europee di inizio giugno. Lo stesso si può dire per Forza Italia, che resta un partito più vivo che mai, nonostante la scomparsa del leader Silvio Berlusconi. Idem per la Lega, che conferma il suo ruolo indispensabile anche nel centrosud.

Tutto ciò attenua anche la narrativa, soprattutto giornalistica, circa una destra in difficoltà, lacerata dai contrasti tra Fratelli d’Italia e la Lega.

Non vanno dimenticati i meriti del presidente Marco Marsilio che è riuscito a conquistare un primato storico: mai un presidente abruzzese in carica è stato rieletto dai cittadini. Tanto più che ha dovuto affrontare quei giudizi sprezzanti già utilizzati cinque anni fa dagli avversari, dal fatto di essere nato a Roma (da genitori abruzzesi) alla scarsa conoscenza del territorio fino alla cattiva gestione della sanità. Marsilio ha dimostrato principalmente di essere un politico navigato e di conoscere bene sia la macchina amministrativa sia le campagne elettorali: laureato in filosofia, ha cominciato giovanissimo l’attività politica nei movimenti studenteschi e universitari, dal 1993 al 1997 è stato consigliere nel Primo Municipio a Roma, nel centro storico, poi consigliere comunale di Roma per tre mandati dal 1997 al 2008 e vicepresidente di Azione giovani dal 1996 al 2000, il movimento giovanile di Alleanza nazionale.

Quando gestiva la sezione del Msi nel quartiere romano della Garbatella, fu lui ad accogliere una Giorgia Meloni minorenne nell’organizzazione, come racconta la stessa premier in un suo libro, fino ad essere nel 2012 cofondatore di Fratelli d’Italia ed ex senatore.

Se a destra si brinda, a sinistra c’è delusione. Nonostante il “campo larghissimo”, dall’Alleanza Verdi Sinistra a Carlo Calenda (non proprio ideologicamente vicini), i risultati non possono che invitare ad un riflessione. Se il Pd ottiene comunque un buon risultato con il 20,3%, conquistando con 6 seggi, la metà di tutti quelli riservati all’opposizione (ne aveva 3), il Movimento Cinque Stelle si ferma al 7% e ad appena 2 seggi (ne aveva 7 nella precedente consiliatura, la sua candidata Sara Marcozzi nel frattempo è passata a Forza Italia). Ciò non potrà che acuire i contrasti tra i due principali partiti di opposizione, anche in vista delle prossime prove elettorali.

Il partito di Carlo Calenda, Azione, non va oltre il 4%, nonostante l’accordo con i socialisti, da sempre forti in Abruzzo, mentre Alleanza Verdi Sinistra ottiene il 3,6%.

Domenico Mamone