Una globalizzazione imperfetta

Domenico Mamone
16/06/2022

“Tempesta perfetta” è una locuzione sempre più frequente nel dibattito pubblico. Gli ultimi dati sull’inflazione, gli aumenti di costo delle materie prime e dei generi di consumo (dai prodotti alimentari alla benzina), la crescita della povertà e l’andamento dei salari, ma anche alcuni cinici indicatori come lo spread, il Pil e il debito pubblico, vanno tutti, in sostanza, nella stessa direzione: il rilevante aumento del costo della vita. Cioè sempre più problemi per il cittadino comune.

In sostanza, chi si era illuso che la globalizzazione e la società dei consumi potessero risolvere in modo automatico ogni problema, si scontra oggi con il rovescio della medaglia. È chiaro che i mercati, con il loro corollario di relazioni e di interscambi – la storia ce lo insegna – portano benessere. Ma la globalizzazione imperfetta rischia di accentuare principalmente il divario tra una ristretta classe di privilegiati e un ceto medio che continua a sprofondare.

La lievitazione dei prezzi dei principali generi di consumo è davanti agli occhi di tutti. Andando sul concreto, il costo della pasta in pochi mesi è raddoppiato, mediamente da 50 centesimi all’euro per il pacco da mezzo chilo. Più che raddoppiato il costo della farina, un po’ meno quello del pane. Aumenti per l’ortofrutta, almeno un terzo in più per l’olio extravergine d’oliva. In un anno la benzina è passata da 1,60 ad oltre due euro. Più che triplicato il prezzo di elettricità e gas.

A fronte di questo quadro, i salari in Italia sono rimasti invariati e restano tra i più bassi in Europa. La Fondazione Di Vittorio, che effettua le rilevazioni e le comparazioni, indica in 29,4 mila euro il salario medio in Italia nel 2021 (era 27,9 mila nel 2020, ma oltre i 30 mila nella fase pre-pandemica). Nell’Eurozona la media è di 37,4 mila, in Francia è a 40,1 mila, in Germania a 44,5 mila. Nel dettaglio, gli stipendi italiani sono molti più bassi per dirigenti e professioni intellettuali e scientifiche. Inoltre l’occupazione a termine nel nostro Paese è superiore a quella dell’Eurozona. È da record il tasso di part-time involontario: nel 2021 in Italia era al 62,8 per cento a fronte del 23,3 per cento dell’Eurozona.

A tutto ciò si somma la crescita dell’inflazione, che costituisce – come ben evidenzia la Fondazione Di Vittorio – “una tassa iniqua ed inversamente proporzionale che grava sui lavoratori dipendenti e ne riduce il potere di acquisto”.

Il conflitto in Ucraina c’entra fino ad un certo punto. Lo scollamento tra Italia ed Europa è frutto di una crisi iniziata molto prima e segna un declino da almeno tre decenni. Il numero dei poveri, diffuso dall’Istat (5,6 milioni persone in “povertà assoluta”) conferma la decadenza sociale nel nostro Paese.

Bisogna, infine, aggiungere una congiuntura internazionale preoccupante, segnata dalle conseguenze di pandemia e conflitti. E non solo. Le disparità e le ingiustizie si accentuano e la crisi alimentare globale, insieme a quella climatica (nel Nord Italia è sempre più evidente in questi giorni, legata alla grave penuria di acqua), costituiscono emergenze di cui abbiamo ancora scarsa contezza. A che punto è il Green Deal comunitario, la scommessa che avrebbe dovuto imporre la sostenibilità nei cicli produttivi, a cominciare da quelli agricoli?

I mercati globalizzati, invece, sono sempre più controllati dai soliti poteri finanziari, con le relative spinte speculative, mentre decrescono gli attori economici legati all’economia produttiva. Tra le realtà produttive che godono di buona salute primeggiano – amaramente – quelle belliche e farmaceutiche.

Il vice-direttore della Fao, Maurizio Martina, denuncia una situazione in cui “l’economia virtuale delle scommesse finanziarie tiene in ostaggio l’economia reale, giocando su beni essenziali che determinano il benessere o il rischio di fame per una parte dell’umanità”.

Se non si interviene subito, il rischio di una catastrofe umanitaria su scala planetaria è reale. Oxfam stima in 263 milioni i possibili nuovi poveri di questo 2022 a cui si aggiungono i 827 milioni in condizione di grave insicurezza alimentare.

Insomma, è sempre più necessario cambiare le regole del gioco. Ed occorre farlo partendo dal basso, rigenerando democrazie malate, la cui spia è data anche dal numero di coloro che partecipano alle consultazioni elettorali.

(Domenico Mamone)

Domenico Mamone