L’orrore infinito

Domenico Mamone
23/04/2022

Il rischio peggiore è l’assuefazione. Le cronache quotidiane di orrore provenienti dal suolo ucraino purtroppo si ripetono ormai puntualmente ogni giorno, con la scoperta di nuove distese di cadaveri e di un amaro campionario di crimini di guerra. Il commento più comune è una sacrosanta verità: non c’è da stupirsi di ogni efferatezza, la brutalità dell’odio, delle torture, del sadismo accompagna qualsiasi conflitto. Dalla Siria allo Yemen, per rimanere a quelli più recenti. E la mattanza del Ruanda con atroci esecuzioni villaggio per villaggio, colpevolmente dimenticata, ci avrebbe dovuto insegnare qualcosa.

Il dramma ucraino genera sconforto soprattutto perché conferma tutti i limiti di noi esseri umani: non c’è bastata la lezione della seconda guerra mondiale, per l’ennesima volta stiamo replicando gli aspetti più nefasti della storia. In una spirale che pone nubi nere all’orizzonte. Si torna a parlare di razze, di confini, di trincee, di pulizia etnica, di terreni minati, di armi convenzionali o meno. Il Papa, una delle poche voci di speranza, ha giustamente etichettato questo abominio come “follia”.

Nei tanti talk show televisivi del nostro Paese, i virologi sono stati sostituiti da esperti di geopolitica, veri o presunti tali, che s’accendono sull’opportunità o meno di garantire armi all’Ucraina o sull’attendibilità delle immagini che inondano ogni strumento di comunicazione. Ma davvero il dibattito da salotto può ridursi a questo?

L’impressione è che questo conflitto tra i due modelli radicalmente opposti sin dal Novecento, tra tirannia e democrazia, tra assolutismo e libertà, tra totalitarismo ed egualitarismo, giovi comunque a qualcuno. Perché se c’è per fortuna un’imprenditoria etica, sana, che garantisce benessere, utilità, servizi, c’è anche, purtroppo, l’industria delle armi, strumento indiscutibilmente di morte. Ingiustificabile. E c’è il paradosso del business dell’energia che sembra totalmente estraneo al conflitto, tanto che nessun gasdotto in territorio ucraino ha subito danni e gli affari continuano tranquillamente a proliferare, persino tra russi e ucraini con le royalties per il passaggio della preziosa materia dalla Russia all’Europa centrale e meridionale.

Allora c’è da chiedersi: dove sono finite le buone volontà di provare a mettere fine a questa mattanza, con la prospettiva non proprio lontana di assistere ad una recrudescenza del conflitto, persino con l’uso di armi chimiche? Perché non si sente la parola “negoziato”, che dovrebbe troneggiare per cercare di trovare una soluzione definitiva? Davvero la politica, che ha un ruolo basilare nella mediazione, sa soltanto riempire ulteriormente gli arsenali perpetuando lo scontro ed è incapace di mettere la parola “fine” a questo sterminio di innocenti e a questa devastazione insensata con danni a cose e persone?

Domenico Mamone