Frena lo smart working

Giampiero Castellotti
28/07/2022

Finita la fase più acuta della pandemia, in Europa non si arresta la crescita del lavoro a distanza mentre in Italia si assiste a una frenata in favore del rientro in ufficio per la maggioranza delle ore di lavoro. E su 8 milioni di potenziali “smart worker” italiani (tra 6,4 milioni di smart worker “estensivi”, in grado di compiere a distanza tutte le attività, e 1,6 milioni “ibridi”), solo un terzo oggi lavora da remoto per almeno un giorno a settimana. All’analisi dei dati si affianca anche la normativa che, dal primo agosto 2022, fa decadere la possibilità, prevista dal Decreto riaperture, di svolgere al 100% la prestazione lavorativa in modalità agile, lasciando tale prerogativa alla trattativa privata, tra lavoratore e azienda.

È quanto emerge dall’indagine di Randstad Research, il centro di ricerca sul futuro del lavoro promosso da Randstad, realizzata elaborando i dati Istat ed Eurostat sul lavoro da casa negli anni di pandemia. Lo studio rileva come alla fine 2019 fossero 1,15 milioni gli italiani che lavoravano almeno in parte da casa, arrivati a 2,9 milioni di lavoratori da remoto almeno un giorno a settimana all’ultima rilevazione di fine 2021, in crescita ma ancora solo il 37,2% del potenziale. Sul totale degli occupati, oggi il 13% dei lavoratori italiani lavora da casa e, nello specifico, il 5,9% per 2 o più giorni a settimana, il 7,1% meno di 2 giorni a settimana.

Se però si analizza il dato di chi lavora da casa per almeno metà del tempo, confrontandolo con gli altri paesi europei, si scopre che l’Italia è fanalino di coda e sta evidentemente tirando il freno al lavoro da remoto. Nel nostro paese, la percentuale degli occupati che lavorano almeno la metà delle ore da casa è salita dal 3,6% del 2019 al 12,2% del 2020, per scendere poi all’8,3% nel 2021. Mentre nello stesso periodo la media Ue è passata dal 5,4% del 2019 al 13,4% nel 2021 in crescita costante. Se invece si considerano le persone che lavorano da casa meno della metà del tempo, l’Italia è in decisa crescita, dall’1,1% del 2019 al 6,5% nel 2021, ma resta comunque nelle ultime posizioni, mentre la media europea è arrivata al 10,6%. Rispetto ai Paesi Bassi, siamo sotto di quasi 25 punti percentuali.

Daniele Fano

“Finita la fase più dura della pandemia, quella legata al lockdown, aziende e lavoratori italiani sembrano aver scelto la strada del ritorno alle modalità di lavoro tradizionali, non cogliendo un’opportunità di cambiamento storica – spiega Daniele Fano, Coordinatore del Comitato Scientifico Randstad Research. “Una scelta che si differenzia molto rispetto a quanto fatto nei principali paesi europei. La rivoluzione dello smart working nel nostro paese sembra aver interessato, stabilmente, solo alcune categorie professionali, che non dipendono da una presenza fisica in ufficio e possono facilmente lavorare da casa. Ma di certo rimane aperto il tema della qualità di questo tipo di lavoro, in termini di integrazione con la mobilità intelligente, la programmazione per obiettivi, la congruenza dello stesso lavoro fatto nelle mura domestiche, la capacità di combinare la distanza con incontri in presenza”.

Più donne che uomini -Dallo studio di Randstad Research, risulta che ad avvalersi di più del lavoro da remoto sono le donne: a fine 2021 il 14% delle occupate lavora in parte da casa, contro l’11,9% dei colleghi maschi. Il 6,6% delle donne lavora per la maggior parte del tempo da casa e il 7,8% meno di 2 volte a settimana. Per gli uomini percentuali leggermente più basse: rispettivamente il 5,4% e il 6,5%.

Ha un’età compresa tra i 35 e i 39 anni quasi il 60% di chi è in lavoro da casa per almeno metà del tempo lavorativo, solo il 20% tra i 15 e i 34 anni. È ultra 55enne il 22,3% di chi lavora per la maggior parte del tempo a distanza, il 26,6% di chi è a casa meno di 2 giorni alla settimana. 

Più smart al Centro e al Nord Ovest – L’utilizzo del lavoro da casa risulta fortemente differenziato nelle varie aree geografiche del paese. Il 15,5% dei lavoratori del Centro operano almeno in parte da casa. A seguire il Nord-Ovest (15,2%) e il Nord Est. Distanti le Isole e il Sud Italia dove lavorano almeno in parte da casa rispettivamente il 9,3% e il 9,1% degli occupati.

Il confronto europeo – Confrontando l’Italia con gli altri paesi europei, l’impressione è che il nostro paese abbia decisamente tirato il freno, rispetto allo smart working. Quasi ovunque, se si analizzano i tassi di lavoro da remoto, si nota un aumento continuo dal 2019 al 2021. La media europea degli occupati che lavorano spesso da remoto passa dal 5,4% del 2019 al 12% del 2020 al 13,4% del 2021. In Irlanda, al primo posto in questa classifica, si è passati dal 7% del 2019 al 32% del 2021. In Belgio dal 6,9% al 26,2%. In Germania dal 5,2% al 17%. L’Italia è l’unico paese dell’Europa a 27, assieme alla Spagna, a far segnare un arretramento nel 2021 rispetto all’anno precedente. Si è passati dal 3,6% del 2019 al 12,2% del 2020, per poi scendere all’8,3% della fine del 2021.

Giampiero Castellotti