Fanghi e gessi come concimi: le verità di un servizio di “Report”

Vanessa Pompili
02/03/2022

Fertilizzanti organici gratuiti per la concimazione dei terreni agricoli. Trasportati, scaricati e sparsi sul campo e poi arati, sempre gratuitamente. Anziché utilizzare la più costosa urea chimica, si può ricorrere ad un composto biologico di recupero derivante dagli impianti di depurazione civili, e non solo. Sono i fanghi di depurazione trattati come fertilizzanti. Messa così potrebbe sembrare un “esempio virtuoso di economia circolare”. Dai semplici rifiuti, che andrebbero smaltiti con oneri non del tutto trascurabili, si ottiene un prodotto riutilizzabile che si trasforma in merce. E in quanto merce, è esente da alcuni tipi di controlli.

Ma andiamo per gradi. Gli scarti biologici raccolti nelle fogne vengono filtrati dagli impianti di depurazione civili: le acque depurate confluiscono nei corsi d’acqua e la parte solida rimanente, il fango, è un rifiuto che deve essere smaltito. O riutilizzato come concime agricolo, con un costo più contenuto per lo spargimento o l’interramento nei campi. I fanghi provenienti dagli impianti civili di depurazione possono contenere metalli pesanti (piombo, cadmio, nichel) ed altre sostanze, ma i prodotti che escono dai depuratori sono costantemente monitorati affinché certi elementi rimangano nei parametri. I fanghi che risultano idonei ai controlli, possono essere così impiegati in agricoltura.

A volte sono trattati con l’aggiunta di calce viva, come in Lombardia, utilizzata per disinfettare i fanghi dai residui di salmonella ed altri batteri. Quelli che superano invece i limiti imposti per i metalli pesanti e perciò non idonei, vanno nel termovalorizzatore e bruciati. Bruciare i fanghi costa più del doppio che smaltirli su un campo agricolo. A volte accade che oltre alla calce, i fanghi civili vengano miscelati con l’acido solforico, carbonato di calcio e/o solfato di calcio per abbassare la presenza dei livelli di metalli pesanti. “I fanghi si trasformano in gessi di defecazione e quello che ne esce non è più un rifiuto ma un prodotto, un fertilizzante a tutti gli effetti. È merce che può circolare liberamente senza tracciamento e senza controlli – fa notare Sigfrido Ranucci di Report.

In Lombardia, che presenta il maggior numero di impianti di recupero dei fanghi che arrivano da tutta Italia, con costi per lo smaltimento nei termovalorizzatori doppio rispetto a quelli dell’Emilia-Romagna, addirittura è permesso utilizzare per la produzione dei gessi anche i fanghi recuperati dai depuratori industriali. Residui delle industrie tessili, chimiche e farmaceutiche. Scarti che non contengono solo metalli pesanti, ma anche idrocarburi, microplastiche ed antibiotici. Tutte sostanze contaminanti e dannose per i terreni, per le falde acquifere e per gli uomini che mangeranno i prodotti dei campi coltivati (in prevalenza mais, riso e soia) concimati con i gessi.

La normativa nazionale stabilisce i limiti per l’utilizzo dei fanghi provenienti dai depuratori industriali, controllando la quantità di metalli pesanti presenti, ma non impone la ricerca di sostanze chimiche. Quindi chi controlla? I cittadini che vivono in prossimità dei terreni agricoli fertilizzati con i fanghi, nauseati dai miasmi provenienti dai campi e dai Tir che li trasportano, si sono organizzati in osservatori ed associazioni e hanno allertato l’Arpa. Parliamo di più di 30mila Tir che spostano 150mila tonnellate di fanghi, poi distribuiti su ettari e ettari di terreni agricoli in quattro regioni del Nord Italia, dodici province e più di 70 comuni. Le segnalazioni raccolte dall’Arpa hanno permesso di rilevare, in alcuni casi, la presenza di arsenico e altre sostanze inquinanti. Purtroppo non esiste alcun meccanismo di tracciabilità, quindi l’Arpa non sa quando verranno sparsi i gessi.

Fonte: Report, “L’odore dei fanghi” di Bernardo Iovine

Vanessa Pompili