Decreto Aiuti: a pagare saranno i contribuenti

Vanessa Pompili
09/05/2022

Nel decreto Aiuti, approvato nei giorni scorsi dal Consiglio dei ministri, sono tante le novità che interessano gli enti territoriali con misure in favore di Regioni ed enti locali, di Province e Città metropolitane, di grandi città. Previsti anche interventi di sostegno per il riequilibrio finanziario degli enti territoriali in procedura di riequilibrio o in dissesto finanziario.

Soldi che arrivano. Si legge nel provvedimento, per il 2022 alle Regioni e agli enti locali “in ragione dell’aumento dei prezzi dell’energia, il livello del finanziamento corrente del Servizio sanitario nazionale a cui concorre lo Stato è incrementato di 200 milioni di euro”. E ancora “sono stanziati 80 milioni di euro per ciascuno degli anni 2022-2024 destinati alle Province, alle Città metropolitane, alle regioni a statuto ordinario e ad alcune regioni a statuto speciale che hanno subito una riduzione del gettito dell’Imposta provinciale di trascrizione (Ipt) o Rc auto”. Ai Comuni con una “popolazione superiore agli 800 mila abitanti, per rafforzare gli interventi del Pnrr, sono riconosciuti contributi per un totale di 100 milioni di euro per il 2022, 200 milioni di euro per il 2023 e il 2024, 100 milioni di euro per il 2025. Per il riequilibrio finanziario di Province, Città metropolitane e Comuni capoluogo di provincia sono invece stanziati 30 milioni di euro per il 2022 e 15 milioni di euro per il 2023”.

Soldi che vanno. Dunque sembrerebbe tutto bene. Ma non è proprio così. Secondo quanto riportato dal quotidiano “Libero” per aiutare i Comuni in difficoltà con i bilanci, viene data la possibilità di aumentare le tasse. “Al fine di favorire il riequilibrio finanziario, i Comuni capoluogo di Provincia che hanno registrato un disavanzo di amministrazione pro-capite superiore a 500 euro – si legge in una bozza del nuovo decreto – entro 60 sessanta giorni dalla data di entrata in vigore del decreto Aiuti, possono sottoscrivere un accordo per il ripiano del disavanzo tra il presidente del Consiglio dei ministri o un suo delegato e il sindaco, in cui il comune si impegna per il periodo nel quale è previsto il ripiano del disavanzo”.

Si parla anche “d’incrementare l’addizionale comunale all’Irpef, in deroga ai limiti previsti per legge, in misura non inferiore allo 0,2 per cento”. Imponente la spesa per i contribuenti che solo nel 2019 si sono fatti carico di un importo medio pro-capite di circa 200 euro, a fronte di un gettito complessivo delle addizionali di 5 miliardi. Nella bozza del provvedimento sono elencate anche una serie di misure alternative che i Comuni potrebbero attuare per rientrare dal disavanzo: aumento dei canoni di concessione e locazione; incremento della riscossione delle entrate; riduzioni strutturali del 2 per cento annuo della spesa di parte corrente; razionalizzazione delle partecipazioni e sul personale; riorganizzazione e snellimento della struttura amministrativa; razionalizzazione degli uffici; incremento degli investimenti, anche attraverso l’uso dei fondi del Pnrr. Secondo Iacometti di “Libero” non c’è alcun dubbio “c’è da scommettere che l’addizionale sarà quella preferita. Anche perché è la più facile da mettere in atto”.

Vanessa Pompili