Aumenti di prezzo senza freni, il consumatore è disorientato

Maria Di Saverio
02/07/2022

Le ciliegie anche ad otto euro. Così come i fichi. Susine, prugne, albicocche, pesche e meloni a tre euro. La verdura parte ormai da due euro. I prezzi dell’ortofrutta sono schizzati in alto. E con gli altri generi alimentari non va meglio, dalla pasta (ormai intorno ai due euro al chilo) al pane (quattro euro al chilo), dall’olio (che parte da quattro euro al litro) alla farina (settanta centesimi al chilo). Secondo diversi rilevatori, ad andare molto su sono anche il burro, il pesce, il pollame, le uova e i gelati.

Indicativo un fenomeno: sono in crescita gli italiani che effettuano acquisti nelle catene di discount. Secondo i dati NielsenIQ, sarebbero circa il 10 per cento in più rispetto al 2021. A ciò si somma la tendenza ad acquistare soltanto generi in offerta. Altro fenomeno: sarebbero in netta crescita le vendite di quei prodotti con l’insegna del supermercato, in genere più economici. Coop ha annunciato di voler passare dal 30 al 50 per cento del fatturato attraverso la vendita di prodotti con la propria insegna.

Attenzione, però, anche a quella strategia ai limiti del truffaldino per attirare consumatori, operata da molte aziende e supermercati , denominata “shrinkflation”. Si tratta di una tecnica di marketing attraverso cui le aziende riducono la quantità di prodotto nelle confezioni, mantenendo i prezzi più o meno invariati. L’Antitrust già da maggio scorso sta monitorando il fenomeno “al fine di verificare se possa avere rilevanza ai fini dell’applicazione del Codice del consumo, con particolare riferimento alla disciplina in materia di pratiche commerciali scorrette, come si legge in una nota.

Gli aumenti dei prezzi dei generi alimentari, a cui si affiancano quelli della benzina, del gas, dell’elettricità e di altri generi di consumo, sono spinti principalmente dalla guerra in Ucraina, dall’inflazione, dai trasporti, ma anche dalla speculazione. Secondo Facile.it, quasi la metà degli italiani avrebbe scelto di ridurre l’uso dell’automobile e del condizionatore. Ma, purtroppo, tutto ciò non basta. Di certo il peso di questi aumenti trova quantizzazioni ovviamente imprecise, che comunque partono da duemila euro in più l’anno a persona. Non poco. Perché non rivalutare la parola “calmiere”, almeno per i principali generi di consumo?

Maria Di Saverio