All’Onu si parla di “tempesta perfetta”

Domenico Mamone
21/09/2022

Dopo che nel settembre 2008 – quattordici anni fa – la quarta banca americana, la Lehman Brothers, ha dichiarato fallimento a causa di 613 miliardi di dollari di debiti bancari, 155 miliardi di debiti in obbligazioni e 639 miliardi di asset, si è aperta una stagione in cui il mondo ha cominciato ad interrogarsi sul destino di un pianeta dagli irrefrenabili consumi, dalla cosiddetta “economia di carta” svincolata dalla realtà materiale della nostra quotidianità e sui rischi di una interconnessione economica – e quindi sociale – ormai ineluttabile. Come si diceva un tempo, un battito d’ali in un continente può scatenare una bufera in un altro continente.

Il colosso bancario americano con 158 anni di vita, di cui le agenzie di rating hanno garantito la solvibilità fino al giorno prima, un emblema del capitalismo accompagnato dalla certezza che fosse troppo grande per fallire (too big to fail), ha non solo scatenato una crisi economica che ha investito tutto l’Occidente per diversi anni, ma soprattutto ha rivelato che nessuno è immune dal rischio di fallimento. Comprese le nazioni. Forse inclusi interi sistemi economici.

La domanda delle domande: la globalizzazione, diventata sistema, è una garanzia di benessere e solidarietà internazionale, come dovrebbe essere, o il terreno ideale per le speculazioni finanziarie, gli scompensi economici e le ingiustizie crescenti in tutto il pianeta?

Questa premessa è doverosa ascoltando gli interventi preoccupati dei “potenti” alla settantasettesima assemblea generale dell’Onu, organismo di garanzia per tutti noi, ma più volte finito sul banco degli imputati – insieme ad altre organizzazioni internazionali (si pensi alle critiche all’Oms nel periodo più cupo della pandemia) – per la sua inattività.

Antonio Guterres, segretario generale delle Nazioni Unite, ha parlato di “tempesta perfetta” a proposito del momento che stiamo vivendo e che dovremo affrontare nelle prossime stagioni. Un’espressione quanto mai emblematica. Ha detto che “il mondo è nei guai, non possiamo andare avanti così” e ha spiegato che “la crisi del potere d’acquisto si scatena, la fiducia si sgretola, le disuguaglianze salgono alle stelle, il nostro pianeta brucia, le persone soffrono, soprattutto i più vulnerabili” evidenziando che “siamo bloccati da una colossale disfunzione globale”. Ha concluso: “Queste crisi minacciano il futuro stesso dell’umanità e il destino del pianeta”, preannunciando “l’inverno di malcontento che si profila all’orizzonte”. Una previsione evocata più volte anche in questa campagna elettorale italiana e che getta pessimismo sull’avvenire di tutti, in particolare delle nuove generazioni.

Il problema di fondo è che a fronte della mondializzazione economica, le fratture tra le nazioni e tanti sistemi strutturali sono sempre più evidenti, accentuate ora dall’invasione russa all’Ucraina. Non maldisposto verso Putin, c’è il fronte dei Paesi comunisti, dalla Cina a Cuba, dalla Corea del Nord a numerosi Stati africani, con la recente vicinanza dell’India, un’aggregazione politica e commerciale che riunisce un terzo degli abitanti di tutto il pianeta.

A questa disorganicità ha fatto riferimento il cancelliere tedesco Olaf Scholz, parlando di “nuova frammentazione” dopo anni di speranza dalla fine della Guerra fredda e dalla riunificazione del suo Paese. “Le grandi crisi mondiali si accumulano davanti a noi, si combinano e si rafforzano a vicenda. Alcuni l’hanno persino visto come presagio di un mondo senza regole – ha avvertito.

Se Putin promuove i referendum a Donetsk e Luhansk e Macron bolla l’invasione russa come “ritorno al colonialismo”, il leader turco Erdogan, nella sua inedita funzione di paciere, avverte che “la guerra si aggrava”.

Mentre i potenti sono riuniti, manifestando di fatto la propria impotenza rispetto ad eventi rovinosi, limitandosi ad espressioni di condanna e alle fornitura di armi a Kiev, la crisi del gas, dell’energia, delle materie prime e soprattutto alimentare rischia di diventare catastrofica, come ha ricordato – tra gli altri – il premier spagnolo Pedro Sanchez, nel suo intervento al “Global food security summit” inserito nell’Assemblea dell’Onu.

La presa di coscienza è importante, ma occorrono fatti concreti. Il treno rischia di finire fuori dai binari se non si affrontano subito e concretamente i problemi ormai globali sfuggiti di mano, dalla questione climatica alle crescenti ingiustizie sociali.

Domenico Mamone